DI TORSTEN SCHWANKE
per Debora, la profetessa
I
Ella mi trasse al limitar del burrato,
dove la luce in grigio si perdea,
e l’aer di marcio era gravato.
Un’ampia porta lì si discoprea,
di ferro e pianto fusa e fabbricata,
che un’eco cupa e vuota ne traea.
"Qui la via", disse, "è sbarrata
a chi i santi giuramenti infranse,
e la cui fede in acqua s’è versata.
Credean che solo amor li rallegrasse,
ma il cor tradìan che in lor fidente era,
per rider tra le labbra d’altre facce."
Guardai nel fondo della buia sera:
un fiume di corpi in cerchio si volgea,
l’un ombra all’altra volta in tal maniera.
Ma appena il tocco tra di lor s’avea,
diventavan gelo; ché chi sol la carne bramò,
qui il prezzo della solitudine parea.
Vidi principi che il mondo onorò,
nel lusso d’orge, dal vino inebbriati,
pria che il destin lo scettro lor spezzò.
Or devon gridar, d'eterno tormentati,
non da seta avvolti, ma da catene,
in riflessi di cenere abbandonati.
"Non cercan salvezza nelle sacre arene,
ma nella brama che non sa saziarsi,
credendo nel delirio trar le pene."
Un turbo igneo, che l’alma suol separarsi
dal corpo, travolgeva chi l’unione
spezzò, come lume in cieco bruciarsi.
La Vergine indicò con gran mozione
una donna che veleno piangea,
nuda e schiava d’una tal condizione.
„Colei che il laccio che Dio strinse avea
solo come gioco di sua vanità,
finché la porta dietro lei si chiudea.“
Un tuono rimbombò per l’eternità,
il ritmo dei martiri non finiva,
eco di mai placata carità.
Congiunsi le mani, l’anima schiva,
ma Maria mi trasse per il fumo denso,
pria che la pietà troppo mi feriva.
„È giustizia, ed è amor nel senso“,
disse piano mentre salivamo fuori,
„ché chi scambia l’alma per un incenso,
soccomberà per sempre ai suoi errori.“
II
Scendemmo più nel regno della bruma,
dove il riflesso rosso tinge il sasso,
e l'ombre gemo sanza alcuna piuma.
„Qui l’orgoglio", disse a passo a passo,
„paga il debito d’aver schernito il Fattore,
con l’ira che splende in fuoco basso.“
Un secondo varco, d’orrido fragore,
raggiungemmo; di bronzo era costrutto,
da lampi incoronato di nero splendore.
Lì giacean, vinti dal veleno del tutto,
nella sabbia ardente che le membra cuoce,
ché la lor lingua portò falso frutto.
Chi Dio maledisse con rabbia feroce
contro il ciel che vita gli avea dato,
qui dalla fiamma è posto in croce,
imbavagliato dal suo vizio ingrato.
Vidi gli iracondi farsi a brani,
colpendo d’unghie e zoccoli il costato.
Si mordean con denti non umani,
tra la bava d'una rabbia mai spenta,
anime cacciatrici in modi strani.
„Vedi“, disse Maria, „l’onda violenta?
Il sangue che in vita furon pronti a versare,
è or lo vino che nel calice s’avventa.
Il loro spirito non seppe la pace amare,
nembo di fiele che affoga la ragione,
finché la mitezza andò a naufragare.“
Lì un uom gridava, in sua dannazione,
al masso incatenato con l'acciaio,
sotto pioggia di piombo in fusione.
Il suo rinfaccio, arso nel golaio,
si fa pietra che il petto gli opprime,
ché schivò del Verbo il chiaro raggio.
La Donna disse: "Chi s’alzò alle cime
fandosi Dio, sputando sul sacro,
dal fuoco suo è arso nelle rime."
Un tremito scosse il suolo opaco e macro,
mentre la schiera in cieco furor urlava,
dentro il baratro del proprio simulacro.
Io tremai e il ginocchio s’inchinava,
ma la sua mano fu conforto nel terrore,
perché il mio cor la tenebra schivava.
"Impara", disse, "a fidarti del Signore,
ché l’ira è fumo che l’occhio ferisce,
e toglie di Dio il vulto e lo splendore."
L’orrore in me profondo s’infittisce.
III
Calanno là dove la nebbia s’aduna,
un dolce odor che il vomito movea,
facea l’eco del passo più diguna.
E dal vapore un terzo varco uscea,
di vetro e d’oro, ma rotto e infranto,
dove ogni inganno ancora si pendea.
"Qui sta", disse ella con dolore e pianto,
"chi sol lo specchio ebbe per sua salute,
e chi del vino ebbe il desio accanto."
Vidi gli egoisti, anime perdute,
in stretti cerchi, ognuno per sé solo,
benché le mani paressero tenute.
Ognun stringeva un gioiello dal suolo,
ma era rovente e la mano bruciava,
né alcun divideva il suo falso stolo.
"Mura di sabbia ognuno s’innalzava",
dicea Maria, "lasciando il frate in pena,
perché l’utile proprio non mancava."
Accanto scorrean fiumi, d’una vena
gialla, dove i gretti nel fango stanno,
morti per quella bevanda non piena.
Boccan come automi nel loro affanno,
ma ciò che inghiotton è fiele amaro,
greve bevanda come il loro inganno.
Cercavan appiglio nel vuoto non raro,
ma respingevan il prossimo con forza,
lotta muta d'un animo non chiaro.
"Mai ascoltaron del fratello la scorza",
disse la Donna, "ma solo il ventre,
fando del corpo un pozzo che si sforza.
Chi si briò finché vita non n’entre,
sarà dai fumi del vino eterno ebbro,
nel solfo marcio che l’anima sventre."
Vidi un capo, immerso nel cerebro
del fango, che cercava il vaso vuoto,
senza speranza, in quel lido funebro.
"Dal loro io furon tratti nel moto",
continuò ella, "e dalla brama d’avere,
al solo finto bene han fatto voto."
La solitudine è un sasso da tenere,
ché chi in vita godette sol per sé,
trova nell’oltre un deserto a vedere.
Così son chiusi, ciascuno nel suo "perché",
in una gabbia che da sé han fabbricato,
dove pianto di resa mai non v’è.
Maria mi guardò col viso amato:
"L’Io è piccolo, ma l’Amor è immenso;
chi Dio non cerca, sul ghiaccio ha edificato."
O egoismo, in questo eterno incenso!
IV
Scendemmo ancora, ove il cammin si rompe,
un quarto varco, d’acciaio freddo e duro,
con rune accese di superbe pompe.
"Qui", disse la Donna, "è il confine oscuro
per chi gli idoli pose sopra il trono,
restano impigliati in prego non sicuro."
Vidi la gente che all’oro diede il dono,
rotolando pesi come massi gravi,
credendo che le ricchezze un vanto sono.
Ma quel che stringean tra le mani schiave
era sol fumo: monete come brage
che l’ossa ardean con fiamme rie e prave.
Accanto vidi, in quella buia strage,
chi il corpo fece Dio nella sua notte,
per saziar la carne in voglie malvage.
I servitori del sesso, in menti corrotte,
eran legati in nervi come colla,
da brama altrui in schiavitù condotte.
"Cercaron nella lussuria la loro folla",
disse Maria con il pensier turbato,
"seminando il seme che il mal satolla."
Ma peggio apparve il gregge sciagurato
dei saccenti, che con il collo altero
si credean mondi d’ogni antico peccato.
Portavan maschere di ferro nero
sopra il volto, fisse e senza luce,
mentre i demoni straziano il vero.
"Seguiron solo il giudizio che deduce
il proprio bene", disse, "e mai l’altrui,
ché l’orgoglio al dovere non conduce."
Poi vidi quelli che con patti bui
costrinser stelle e potenze infernali,
perché il mondo piegasse ai voler sui.
Maghi e streghe, maestri d’arti fatali,
che procedean col passo tutto inverso,
ché il volto era volto ai lobi spinali.
Poiché il futuro cercaron nell’universo
con scura magia e con spiriti immondi,
lo sguardo a Dio ora resta perso.
Il capo all’indietro, in nodi profondi,
facea cader la lacrima sul rene,
ché il dritto cammin non ebbe i lor mondi.
"Giocarono con la Creazione e le sue vene",
disse la Vergine, "e con falso consiglio
perderon dell’alma le patrie serene."
Vidi l’orrore di quel rio vermiglio:
chi di se stesso fa l'unica misura,
raccoglie solitudine e periglio.
Le streghe eran nella notte più scura.
V
Calanno ancora al quinto cerchio e arco,
che di marmo rotto era costrutto,
di porpora e d’incenso al fumo carco.
Ma quel profumo era di marcio in tutto,
e dal profondo un lamento amaro usciva,
che più del sasso dà all’anima lutto.
"Qui", disse la Donna, "la Chiesa deriva
la vergogna di chi, in abito santo,
la stretta via di percorrere schiva.
Gli alti signori, che in invidia e vanto
guidaron la greggia con parola dura,
ma cedettero al desiderio e al pianto."
Vidi i cardinali in quella calura,
in rosse vesti che come fuoco ardean,
fuggendo muti verso la pianura.
Vescovi che nel pregar si volgean
al proprio sesso in segreta brama,
e l’ordine divino mai non vedean.
Nel grigio fango, ove il peccato chiama,
preti che l’amor sol carne intesero,
rompendo il patto che l'anima brama.
"Ai legami terreni troppo s’appresero",
disse Maria, "e con falso sembiante
i cuori dei fratelli al male accesero.
Ciò ch’era sacro calpestaron istante,
fingendo di servire lo Spirito eletto,
ma aprendo al vizio il loro petto errante."
Or era il volto dal dolore stretto,
ché il bacio eguale stimaron più alto
che la Legge del Sinai e il suo precetto.
Come ombre spinte da un fiero assalto,
eran torturati dal proprio inganno,
ché il loro grado sporcaron di smalto.
"Chi pastore si fa del volgo affanno",
monì ella, "e lo conduce nel fango,
raddoppia all’anima il danno e lo scanno.
Seggono or sopra un freddo scranno,
ove amore non sazia la lor fame,
persi nel gorgo del peccato e del danno."
Vidi la Croce, che come un legname
pesa sul dorso che si curva in basso,
finché la speranza si scioglie in letame.
La Donna tacque, fermando il suo passo,
ché più pesa la caduta dal monte,
se chi cade è guida al nostro trapasso.
Ma era bella la Donna nel fronte!
VI
Scendemmo ancora, ove il vapore è folto,
una sesta porta di vetro a specchio,
ove il grido delle vane è raccolto.
"Guarda", disse colei che il mio apparecchio
conosce bene, "chi il corpo fece Dio
e diede al mercato il suo pudore vecchio.
Nudi nel mondo, in un voler rio,
mostraron la pelle, di Dio per scherno,
merce per l’occhio d’ogni desio."
Li vidi in un lago di draghi, in eterno,
che la lor pelle stracciavan con gli artigli,
per far dell’orgoglio un sepolcro d’inferno.
Chi si denuda per trovar appigli,
qui da serpi è reso cieco in viso,
che succhian carne e coscienza e consigli.
Ma accanto a loro, in quel nero diviso,
vidi gli aiuti che il gioco eccitarono,
dal barbaglio dell’oro il senno reciso.
I ruffiani che il male ordinarono,
i registi e chi tesseva la trama,
che pel mercato lo spirito usarono.
"Vendettero l'uomo", disse la Dama,
"facendo del tempio un teatro di fiera,
luce pura volta in brama che chiama.
Chi aiitò perché il vizio non si dispera,
chi pel profitto il prossimo offese,
qui la giustizia lo tiene in sua schiera."
Stavan lì, con le mani tese,
ma non potean la vergogna coprire,
in un mondo che non ode difese.
Fari che come fuoco sanno ferire,
brucian coloro che stettero al lampo,
e in eterno li fan sbigottire.
"Cercaron fama nel breve campo",
si dolse la Vergine, santa e pia,
"che nella vanità non ebbe scampo.
Ché quel che mostraron era carne ria,
ma l'anima lasciaron morire di sete,
nel falso riflesso d'una gelida via."
Molte belle giunsero a queste reti.
VII
Scendemmo giù alla settima cornice,
di piombo sorda e di grassa fuliggine,
in quel loco che d’ogni ben si dice.
V’era un vallo di fango e di salsuggine,
ove due schiere in cerchio si torcean,
stretti dall’avarizia e sua ruggine.
Gli avari, che le monete ognor contean,
stringean con bianco e rigido artiglio
lo sterco che per tesoro si sceglian.
Il fiato fischia come vento al piglio
d’un scoglio; e la melma han nelle mani,
di sbieco per l’invidia e il rio consiglio.
"Mai volser l’occhio dai metalli immani",
disse la Donna, "e serraron il core,
per non dar mai soccorso ai cuoi umani."
Ma accanto a lor ferveva con orrore
la peste di chi sol la gola onora,
e or la fame toglie ogni sopore.
I golosi, che il cibo cercan ancora,
giacean nel fango, dalla pioggia molli,
bramando il lercio che li divora.
Gonfio ogni ventre, in bianchi e lerci bolli,
pieno di sassi e di fiele piccante,
misura d’odi e di desideri folli.
"Goderon sempre nel lusso risonante",
disse la Vergine, "mentre alla lor porta
il povero morìa, magro e tremante.
Or della brama propria la coorte
li mangia, schiavi della loro gola,
ombre in quella riviera scura e morta."
Lì vidi, con la mente che s’invola
nel senno, scavar radici nella notte,
ma trovar sol del sepolcro la spola.
Chi mai divise il pane nelle grotte
del mondo, e solo empì il suo granaio,
qui vien schernito tra le membra rotte.
"La misura dell’alma", disse al vaio,
"ha vita sol se dona e non se tiene
quel che Dio diede al suo fido operaio."
Vidi l’avaro girar nelle pene,
e il ghiottone spezzarsi nel suo vuoto,
ché per la carne perse il sommo bene.
Qui della grazia il raggio non è noto.
VIII
Lassammo i fossi danteschi e profondi,
le mura di disperazione e d’acciaio,
salendo ad aer foschi e meno immondi.
Lì s’aprì un colle, in un ampio golaio,
che parea terra nel pallido mattino,
ma senza stelle o solare raggio.
Una nebbia teneva il mondo in domino,
le nubi eran gravate e molto basse,
come veli sul peccato e sul cammino.
"Questo è il regno", disse che mi trasse,
"ove la speme ancora nel cor splende,
benché il corpo nel sepolcro si stancasse.
Qui l’anima che al buon oprare intende,
si monda dalla macchia del terreno,
finché il desio del Signor non si accende."
Udii voci dal nebbioso seno,
un pianto che parea pioggia sottile,
per veder di Dio il volto sereno.
Andavan lenti sul sasso aspre e vile,
le mani tese verso una chiarezza,
cercando un lume al loro spirto umile.
"Quando vedrem la tua somma altezza?",
gridavan con un flebile timore,
"non celar, Luce, la tua bellezza!"
Non era grido d'infernal dolore,
era un pregar che solo amor conosce,
pronti a soffrir per farsi puro fiore.
"Vedi", disse, "il fuoco che le cosce
non arde, ma divampa dentro il petto,
ove lo spirto dalle colpe scosce.
Devon del Verbo aver sommo rispetto,
che nel fragor del mondo avean smarrito,
tra l'oro vano e l'umano diletto."
Tra grige nubi li vidi in un rito,
muover le labbra in tacita orazione,
lungo il sentiero che al ciel è salito.
Ogni passo in quella nazione
era un grado ver’ lo soglio eletto,
nutrito in cor con vera contrizione.
"Soffron molto", diss’io con sospetto.
Maria guardò la turba con pietà:
"Ma l’eterno sarà il loro architetto.
Chi nel pregar conserva la verità,
vedrà la nebbia farsi chiara vista,
per contemplar di Dio la maestà."
Così salimmo, finché il nembo si scrista.
IX
La nebbia sparve e il peso fu fuggito,
un dolce raggio il grigio attraversava,
come l'iride in cielo colorito.
Ma non era luce che l’occhio guardava
dal sole o dalle stelle in terra note,
era un chiaror che il prato superava.
Non era orto di rose e di gote,
né oro che città alcuna circonda,
né lusso che tra gli uomini si scuote.
Un profumo d'eterno che t'inonda,
d'incenso e fiori mai visti in unita,
si versa nei sensi come un'onda.
"Qui", disse la Donna, "t'è consentita
la comprensione che ogni forma è velo,
per star dinanzi all'essenza infinita."
Era sol luce, pura in tutto il cielo,
che lo spazio e il tempo divorava,
mare bianco e divin sanza alcun gelo.
Non v’era tempio, né volta s'alzava,
solo raggi in ordine vibranti,
un inno muto che il Tutto lodava.
"Dio non è pietra, né oro dei quanti",
disse Maria, nel raggio svanendo,
"è fonte onde sgorgan le scintille amanti."
L’occhio mio, che nel buio era demente,
bevea l’ampiezza che l’anima allarga,
finché ogni tema fu resa vacante.
Non v'era via che più oltre si sporga,
ché in quella luce fine e inizio è un punto,
dallo spirto d'amor che tutto scorga.
Non vidi segno di cosa o congiunto,
ma la Presenza che tutto penetra,
oltre l'oro e il gioiello defunto.
Pace che il core come flutto impetra,
era quel bianco che non arde o abbaglia,
ma alla patria la sua prole arretra.
"Qui", disse, "il tuo viaggio s'insoglia."
X
In mezzo al lume sanza alcun confine,
s’alzò un chiarore d’un’altra natura,
ardendo al centro delle cose divine.
Lì dove l’abisso fece la rottura,
vidi tre seggi sotto il trono eletto,
che per gli eletti avean la lor misura,
per chi cadde per l'angelo e il suo aspetto.
Ma dove Lucifero il posto perdea,
Madre Povertà ebbe il sommo effetto.
Francesco s'alzò dove l'altro cadea,
sul trono che fu del più bello dei primi,
pria che l'inferno in sé lo chiudea.
"Vedi", disse ella, "come i cieli sublimi
s’inchinan: l’umiltà or siede al vanto,
perché la gloria di Dio s’esprima."
Al suo fianco vidi Chiara nel canto,
sopra un seggio di vetro risplendente,
riflesso del suo oprare sacro e santo.
Come una fiamma che il duol non sente,
la sua purezza splende nella sfera,
specchio sanza brama o mente assente.
E Padre Pio, con la stigmata vera,
sedeva terzo, segnato dal Cristo,
perché al soffrire onore reso s'era.
Il suo sguardo parea un porto non misto,
sopra il seggio che fu del superbo,
annunzia or di Dio il perdono acquisto.
"I piccolini", disse con un verbo
soave, "son qui i grandi nel Regno,
ché il loro spregio li fa puri in serbo."
Ove l'invidia fece il mondo indegno,
fiorisce amor che vince ogni dolore,
e rende il povero d'un re al segno.
Luce dei troni in un solo vigore
si culla come mare di splendore,
che sopra ogni stella ha il suo valore.
Francesco sorrise, vinto l'orrore,
e sul posto che il superbo fuggìa,
l'amor ha acceso il suo sommo ardore.
E un nuovo canto ogni labbro aprìa.
XI
La luce or cominciava a sbiadire,
benché nel mio spirito restasse accesa,
e la sfera celeste dovetti finire.
Un soffio che mi trasse alla discesa
per strati grigi, dal soglio beato,
ove di Dio la mano è distesa.
Come un freddo che m’ha tutto gelato,
sentii la gravezza del mondo tornare,
e vidi il secolo nel fango impastato.
Ahi, quanto brutte parean quelle are,
che noi chiamiamo patria e terra via,
pien di polvere e di lercio abitare.
Sentii la carne e l'alma in follia,
ma il corpo era casa troppo stretta,
carcere folle d'ogni fantasia.
Che schifo era quella terrestre vetta!
L'aria sapeva di piombo e di cenere,
un fumo sordo che il fiato m'interdetta.
La carne greve, come creta da premere
col fango, teneva l'ali mie stanche,
facendomi al peso del mondo più temere.
"Che angustia", gridai, "queste rive bianche!",
quando la pelle le membra rinchiuse,
come crosta che lo spirto ne stanche.
Il corpo, che pria di gioia m'illuse,
era un usbergo, stecchito e gelato,
ove il pianto di ferro si infuse.
Colori spenti, il fragor s'è fermato,
il mondo parea un sepolcro di sassi,
di brama e di buio tutto circondato.
Maria disse, pria di muover i passi:
"Porta il peso come veste di via,
e non lasciar che la luce si abbassi.
L'angustia è breve in questa agonia,
finché la scorza che or ti ritiene,
ti renda all'eterna tua luce e balìa."
Aprii gli occhi tra doglie e catene,
e mi trovai nel mondo del pianto,
ove ogni cor per un fiato si tiene.
Com'era lontano il Suo riso santo.